Il presidente del Casinò di Sanremo: "La privacy del giocatore è sacra. Ma se queste sale potessero parlare..."
- The Journalai
- 2 giorni fa
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Col Festival si triplicano gli incassi del Casinò. Ma quale ricaduta per la città? Ne parliamo con Pino Di Meco, presidente della casa da gioco più famosa d'Italia.

"La privacy del giocatore è sacra e deve essere rispettata, però le assicuro che qui dentro succedono cose tutti i giorni. Anche coi cantanti, sì". Giuseppe "Pino" Di Meco è il presidente del Casinò di Sanremo. Imprenditore, nato nella città dei fiori nel 1963 e con le vene ben irrorate di sangue abruzzese, Di Meco a Sanremo è stato anche assessore e profondo conoscitore delle dinamiche politiche in città. Abbiamo approfittato della mattinata dopo la prima serata per incontrarlo e raccontare il Festival visto dal suo casinò. Ve lo diciamo subito. Sui cantanti e scommesse la bocca è più che cucita. La riservatezza, d'altronde, è un diritto inalienabile del giocatore.
Partiamo, come sempre, dalla domanda più ovvia: il Festival porta davvero clienti al Casinò o è solo un mito sanremese?
«Altro che mito. Durante il Festival la popolazione turistica praticamente si triplica. E questo si riflette immediatamente sull’affluenza nelle sale».
Tradotto in numeri?

«In pieno Festival superiamo le mille presenze ai giochi tradizionali e circa tremila nelle sale slot. Parliamo di volumi tre volte tanto le giornate standard».
Quindi per voi è una settimana d’oro.
«È una settimana molto intensa, sicuramente. Ma più che “d’oro”, direi che è una settimana che fotografa perfettamente cosa significhi il Festival per Sanremo».
Ma il Festival è nato davvero dentro il Casinò?
«Sì, nel 1951. Ovviamente parliamo di un’altra epoca».
Niente slot machine, immaginiamo.
«Esatto. Dove oggi ci sono le slot c’era il Salone delle Feste. Un ambiente completamente diverso, molto più mondano, quasi cinematografico. Il Salone è sicuramente uno degli ambienti più particolari di questo palazzo».
Insomma, prima si cantava e poi si andava a giocare?
«All’epoca il contesto era differente, ma il Casinò era parte integrante della vita cittadina e dell’evento».

Il Festival di oggi è molto diverso da quello di una volta?
«Totalmente. Una volta si viveva soprattutto tra il Casinò e l’Ariston. Oggi Sanremo è letteralmente invasa da iniziative diffuse: radio, sponsor, eventi collaterali».
Un bene o un male?
«Un bene. Senza novità un evento non può sopravvivere. Il Festival diffuso ha cambiato la pelle della città».
Si avverte la pressione mediatica?
«Eccome. Il Festival è probabilmente l’evento nazionalpopolare più importante d’Italia. Chi partecipa sente inevitabilmente il peso di questa esposizione».
Questo può influenzare gli artisti?
«Credo di sì. Quando il ritorno non è immediato, qualcuno può viverlo come una sconfitta. Ma la visibilità del Festival spesso produce effetti nel medio periodo, non nell’immediato. Pensate a Vasco Rossi o nei tempi più recenti a Tananai».
Cantanti e personaggi famosi passano dal Casinò?
«Il giocatore ha diritto alla privacy. È una regola fondamentale».
Niente aneddoti, quindi?
«Di episodi curiosi ne accadono continuamente, ma la riservatezza viene prima di tutto».
Ci dica almeno il peccato, non il peccatore.
«Posso solo dirvi che queste sale hanno visto anche ricerche estreme di soluzioni a debacle piuttosto importanti ai tavoli».
Cioè qualcuno si è giocato il Premio?
«No dai quello no».

Al festival si parla anche di politica. Nella giunta sanremese, da profani, vediamo civici, civici di centro-destra, ex-dirigenti della Cgil, iscritti al Pd. Un quadro piuttosto complesso...
«Ma diciamo che al di là delle posizioni politiche, quando si amministra una città non si dovrebbe guardare la somma o di che parte politica si è. C'è una famosa battuta sugli asfalti che non sono né di destra né di sinistra».
Ci avevano detto che lei fosse un vecchio democristiano e la risposta, senza offese, è proprio democristiana.
«Direi un democristiano "congelato". Quando è finita la DC ero abbastanza giovane. Non ho fatto in tempo a diventare un vecchio democristiano. Di lì, ecco, il congelamento».
Ci faccia allora, democristianamente, un esempio concreto di come la ricaduta economica del Festival influenzi la città oltre i giorni della kermesse.
«Gli investimenti nel settore alberghiero. Se nuovi operatori decidono di investire qui, significa che Sanremo viene percepita come una città con prospettive solide».
E il Casinò quanto frutta al comune?
«Nel 2025 abbiamo fatto 59 milioni di incassi e abbiamo trasferito, al Comune quasi 15 milioni di euro».
Beh ci si paga l'asfalto così.
«Direi proprio di sì».




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