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Sanremo, Fedez: "Abbiamo firmato: non possiamo parlare di referendum". Gli altri cantanti cadono dalle nuvole



Avete presente quando siete seduti a bere qualcosa con gli amici o con quei parenti che vedete solo a Natale e ai funerali, e a un certo punto la conversazione scivola su temi un filo più seri? Appena la discussione inizia a scaldarsi, ecco che arriva il preso male del gruppo che, puntuale come le tasse, sentenzia: «No, oggi non parliamo di politica». Ora, premesso che ognuno è liberissimo di parlare di quello che vuole (pure delle unghie di tizio che ha lasciato tizia), la vera domanda è: perché qualsiasi cosa superi la complessità narrativa di “si sono mollati” ci provoca un’orticaria collettiva?


Siamo a Festival di Sanremo insieme agli straordinari ragazzi delle ACLI. Festival che già di suo quest’anno sprigiona l’entusiasmo di una riunione di condominio. Non avendo idee particolarmente rivoluzionarie per i contenuti, abbiamo scelto la via minimalista: chiedere agli artisti cosa avrebbero votato al referendum sulla giustizia. Una domanda. Sette parole. Panico.




Il più istituzionale (ed educato) è stato Fedez. Compostissimo. Ha spiegato che non può parlarne perché ha firmato dei fogli. Dei fogli veri. Con delle firme vere? Una cosa che neanche quando accendi un mutuo trentennale. Par condicio. Silenzio. Sipario. In pratica: posso cantare, posso rappare, posso fare podcast con mezzo codice penale incorporato… ma qui no. Qui c’è il Festival. E di politica è vitato ehm, vietato parlare.


Poi arriva Sal Da Vinci, che sceglie la via partenopea della sopravvivenza: «’U referendunn? Fammi finire prima questo referendunnn». Traduzione simultanea: prima vediamo se passo il turno, poi magari apriamo pure la Costituzione.



Enrico Nigiotti invece cade dalle nuvole: non sa nulla del referendum. Subito dopo, dallo staff parte il riflesso pavloviano: «Non si parla di politica durante il Festival». Neanche il tempo di dire “scheda elettorale” che compare un addetto stampa in modalità bodyguard della democrazia, pronto a intercettare qualsiasi domanda che superi il pericolosissimo livello di profondità di: «Come stai? Sei felice di essere qui?».


Stessa scena con Sayf: anche lui non informato. E anche qui, staff in modalità scudo umano: «Non parliamo di politica».A questo punto sorge il dubbio: ma il referendum è un tema politico o una creatura mitologica? Perché appena lo nomini succede come con Voldemort. Non deve essere pronunciato.


Morale della favola: a Sanremo puoi parlare d’amore tormentato, crisi esistenziali, rivoluzioni interiori, rinascite spirituali, capitalismo emotivo e traumi generazionali… ma se dici “referendum” parte l’allarme antincendio. Altro che orchestra. Qui dirige la par condicio.



 
 
 

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